Vito Fazio-Allmayer è il filosofo della compossibilità. Allievo di Gentile, avviò un processo di revisione dell’attualismo, “accentuandone la curvatura etica” (Giambalvo), elaborando una visione del mondo che può essere riletta a partire dal principio etico e pedagogico della compossibilità: apertura alla possibilità dell’altro come riconoscimento della dignità della sua irripetibile singolarità e come riconoscimento che la nostra stessa possibilità dipende dal confronto con l’altro.
Le acute osservazioni di Eugenio Garin nelle sue Cronache, sostenute da Arturo Massolo e confermate dagli studi di Franco Cambi e Fanny Giambalvo, mostrano un Fazio-Allmayer ormai collocato oltre l’attualismo e rivolto verso uno storicismo più integrale. Risulta invece superata l’immagine di Vito Fazio-Allmayer come figura della prima generazione attualistica, seguace e continuatore di Gentile, quale emergeva dagli studi di Mario Sciacca e Antimo Negri che non danno il giusto rilievo alle opere della maturità filosofica. La dimensione rinnovatrice di V. Fazio-Allmayer – quella più radicale ed europea, secondo Cambi – può essere colta più chiaramente a partire dal 1942.
Tre i problemi fondamentali attorno a cui si sviluppa il pensiero maturo del filosofo (citiamo Franco Cambi, Fazio-Allmayer filosofo europeo):
1) il problema del soggetto, dell’individuo-persona, che si pone oltre gli orizzonti dell’attualismo e oltre i suoi principi, accogliendo suggestioni dell’esistenzialismo, della fenomenologia, del marxismo, anche dello spiritualismo, ma opponendosi a ogni riduzione empiristica e a ogni interpretazione metafisica del soggetto, sottolineandone invece la storicità, la drammaticità, la problematicità;
2) i problemi dell’arte, della scienza e della storia che vengono a sostanziare – oggi – l’attività filosofica, in quanto postmetafisica e quindi teorizzatrice critica dell’esperienza nella sua varietà e complessità; la filosofia è storicizzazione dei diversi saperi (dall’arte alla scienza, alla religione) e problematizzazione della storia che a sua volta riproblematizza i dati dell’esperienza; la filosofia, kantianamente, non è metafisica ma critica;
3) il problema della teoreticità filosofica, che viene risolta in due modi: riconducendola all’uomo, ad attività propria di un essere pensante precario e problematico e quindi aperta e problematica anch’essa; interpretando la sua problematicità come storicizzazione e radicalizzazione critica.
Che cosa è la compossibilità?
Al centro del Pensiero Faziano c’è la «compossibilità», concetto utilizzato da Leibniz in chiave logico-metafisica e rielaborato in chiave etica da Vito Fazio-Allmayer. Da qui conviene partire per una rilettura del filosofo palermitano, prendendo le mosse dalla acuta analisi che ne propone Fanny Giambalvo. Che cosa è la compossibilità? Non è certo la semplice constatazione della possibilità di una contemporanea coesistenza. È piuttosto apertura alla possibilità dell’altro e riconoscimento che la nostra stessa possibilità dipende dal confronto con l’altro. È riconoscimento della dignità della irripetibile singolarità dell’altro e del fatto che le nostre irripetibili singolarità sono divenienti e si costruiscono nel dialogo.
Il dialogo Interculturale
Si tratta di un principio capace di dare fondamento teorico al dialogo interculturale e a una visione del mondo che genera rispetto per ogni singolarità e sollecita la cooperazione: il tema della compossibilità è quello «dell’umanità come universo di compossibili, cioè mondo organico e diveniente di individui, popoli e culture in cui ogni individuo ogni popolo ogni cultura interagisce con tutti gli altri generando un reciproco arricchimento e una configurazione articolata e unitaria della realtà umana». (E. GIAMBALVO E., «Complessità, compossibilità e avvenire dell’educazione», in Sulle orme di Morin: per una «pedagogia in grande», Studi sulla formazione X, 12 (2007), p 70).
Una identità diveniente
Fondamentale il tema dell’identità diveniente nel confronto. «È, questa, una compossibilità in fieri per cui “ciascuno si fa, e non semplicemente è, compossibile con gli altri”, da intendersi come processualità aperta e infinita, che giustifica lo stesso dinamismo della vita, la vitalità del nostro esistere e del nostro pensare/agire, e che, nel suo farsi, comporta la necessità di affrontare, a ogni istante, conflittualità, antagonismi, scontri con tutto ciò che ne rappresenta la negazione (egoismo, etnocentrismo, violenza, xenofobia, razzismo, ecc.). Essa, lungi dall’ignorare, deve fronteggiare il rischio dell’incertezza, della precarietà, dell’imprevedibilità, della complessità, proprie del divenire storico» (Ibidem),
L’educazione al pluralismo
Di grande rilievo le conseguenze sull’educazione di un simile pensiero. Scrive Giambalvo che la compossibilità «consente di concepire e di promuovere la formazione umana come educazione al pluralismo, al riconoscimento e al rispetto della diversità-differenza degli individui, dei popoli e delle culture; o, meglio, di ogni individuo, di ogni popolo e di ogni cultura; come disponibilità al dialogo, al confronto, allo scambio, all’interazione, alla collaborazione reciproca, alla solidarietà, all’amore, alla fratellanza universale». (Ibidem).

